Operatori pastorali: sì, ma adeguatamente formati

1. Necessità

 “La chiesa non ha bisogno di professionisti della pastorale….”, poichè  chi è chiamato a svolgere un servizio deve accompagnarlo con uno stile di vita evangelico.

La formazione dovrà  coprire tutte le dimensioni necessarie per l’esercizio del ministero - spirituali, intellettuali, pastorali-. perché cresca in tutti una vera coscienza ecclesiale” (Nota CEI, 12)

 

·        La formazione degli operatori pastorali, già vivamente raccomandata da “Christifideles laici” , che affida alla parrocchia una ruolo insostituibile nella  “formazione più immediata e personale dei fedeli laici”, viene ripresa e rilanciata nell’attuale Piano Pastorale della CEI, in cui l’obiettivo della formazione viene indicato come “una priorità”, affermando che è necessario “un forte impegno in ordine alla qualità formativa, in senso spirituale, teologico, culturale, umano….” (Nota CEI, 44)

 Pertanto “le parrocchie sono chiamate oggi a trasformarsi sempre più in luoghi di formazione permanente” (Nota CEI, 43)

 

2. Cosa vuol dire “formare”

 Non si tratta ovviamente di un semplice processo di apprendimento per acquisire determinate conoscenze, ma di fare un vero cammino formativo per l’educazione e la crescita integrale della persona, dalla dimensione umana a quella spirituale e pastorale, passando attraverso concrete esperienze di vita e di lavoro, poichè  “non si tratta di sapere quello che Dio vuole, ma di fare quello che egli vuole”.

 

3. Quale itinerario  percorrere

 a)      E’ necessario, anzitutto, che l’operatore pastorale sia aiutato a maturare:

·        una mentalità di comunione;

·        uno stile di vita autenticamente cristiana;

·        il senso di appartenenza alla comunità;

·        il senso della responsabilità pastorale;

b)      E’ necessario, inoltre, che sia aiutato a diventare “discepolo” di Cristo, essendo stato chiamato e scelto da lui “per lavorare nella vigna del Signore” .

 Tale percorso formativo dev’essere sostenuto da una catechesi permanente, di cui l’operatore pastorale non può fare a meno.

 

4.      Vari aspetti della formazione

 a)      Formazione spirituale

 E’ al primo posto, come nota distintiva di ogni operatore pastorale, perché non ci può essere “slancio missionario” se non si fa “esperienza di Dio”.

La recente Lettera ai fedeli laici (27.3.05) pone l’accento sulla formazione “cristocentrica”, ossia quella formazione, che pone Gesù Cristo al centro della propria vita, facendo proprie le esortazioni di S.Paolo: bisogna che “sia formato Cristo in voi” (Gal 4.19), che “Cristo abiti per la fede nei vostri  cuori” (Ef 3,17), che camminiate “nel Signore Gesù Cristo…ben radicati e fondati in lui” (Col 2,6)

Per questo è necessario educarsi alla preghiera, all’ascolto attento della Parola di Dio, alla meditazione, alla vita sacramentale con al centro l’Eucarestia, partecipando a incontri e ritiri spirituali e affidandosi alla guida spirituale del  sacerdote.

Tale cammino porta gradualmente all’esercizio delle virtù evangeliche della fede, speranza e particolarmente della carità, che rende disponibili al dono gratuito di sé a servizio di Dio e dei fratelli.

 

b) Formazione umana

 E’ necessaria per la crescita integrale della persona umana, perché  “costruire  il cristiano, implica anche costruire l’uomo”  (Nota CEI “Stato sociale ed educazione alla socialità” 65). In tale formazione rientrano le virtù morali della prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, nonché le virtù propriamente  umane, quali l’accoglienza, l’ospitalità, la discrezione, la solidarietà.

 

c) Formazione socio-pastorale

 Se per la formazione spirituale è necessario fare “esperienza di Dio”, per la formazione socio-pastorale occorre fare “esperienza di chiesa”

all’interno  di una comunità cristiana, come la parrocchia, sotto la guida di colui che è stato posto a capo della comunità stessa, a cui è dovuto sincero rispetto e obbedienza.

Ciò consente di scoprire la chiesa come:

·        strumento di comunione

·        luogo di servizio ministeriale

·        soggetto di missione.

In tale contesto bisogna sentirsi chiamati in prima persona per mettersi a servizio dei fratelli, condividendo progetti ed esperienze, difficoltà e sacrifici, speranze e fatiche di quanti partecipano alla missione della chiesa.

 

d) Con quale spirito servire i fratelli?

 Nella “Novo millennio ineunte” (43) il papa Giovanni Paolo II così afferma: “Prima di promuovere iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità di comunione” e aggiunge: “spiritualità

di comunione significa capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque, come uno che mi appartiene, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera amicizia.

 Spiritualità di comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio, anzi un dono per me, oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto.

 Spiritualità di comunione è, infine, saper fare spazio al fratello, portando i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2)

 

Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita.

 

 

A cura del parroco don Armando Galardi

Parrocchia di San Simeone e S. Maria di Loreto – Venafro -  ottobre 2005